Itagliati – Antonio Cassano – Myriam Cruciano

La prima e l’unica volta che ho visto Antonio Cassano fuori da un campo di calcio era un giorno di primavera del 1997. Eravamo andati a portare fuori il cane, io e dei miei amici che abitavano a Bari Vecchia, che aveva appena iniziato a popolarsi di studenti, professionisti, giovani di altri quartieri, e di locali-salottino, e a non essere più soltanto la zona della città dove se non ci eri nato eri il turista a cui potevano scippare borsa o catenina quando facevi il giro delle chiese dei vicoli e dei monumenti.

cassano-inter - itagliatiUn loro vicino di casa, autoctono, ci fermò sbracciandosi sotto un arco e ci disse con orgoglio, indicandoci un ragazzo brufoloso su una moto tipo Honda, che rideva con i pescatori sul lungomare: “Quello è Antonio Cassano, uno del Bari Primavera, è un genio, è nato qui e abita ancora là, con la mamma, e a me m par Maradon, iè nu mostr! “ Passarono i mesi, e Pierino della birra, un simpatico sessantacinquenne che aveva la cantina di fronte a casa mia, quartiere Carrassi, ma faceva anche l’allenatore dei Pulcini della ProInter, squadra di Carbonara, altra periferia barese, mi confermò che “ sentirete ancora parlare di Antonio: è potentissimo, signorina, lo conosco da quann iev piccininn adacsì, sono stato uno dei suoi primi allenatori, anche se sapev già sc’cuà quando l’ho conosciuto, aveva imparato per strada.” E nella sua autobiografia Cassano stesso lo conferma: “Mi diverto a giocare a calcio, dopo il problema al cuore mi è tornata la voglia di fare il calciatore anche se la passione degli inizi è un’altra cosa. Il massimo era giocare in piazza a torso nudo.” Poi venne, all’improvviso, il 1999, e Cassano, che questi 99 se li farà incidere sulla maglia da adulto (ma lui dice “perché è il numero di Ronaldo”) fu messo in campo dalla prima squadra del Bari, in serie A, allenatore Fascetti, nel derby contro il Lecce: il Bari perse 1-0, ma la domenica successiva Antonio, nato predestinato il 12 luglio 1982 mentre l’Italia alzava la sua più bella Coppa del Mondo, fu schierato titolare contro l’Inter, la squadra per cui tifava fin da bambino, e realizzò all’88º minuto il gol decisivo del 2-1; in seguito a un rinvio dalla difesa di Perrotta, con uno stop di tacco al volo portò avanti la palla sulla testa, entrò in area, dribblò Laurent Blanc e Christian Panucci, e segnò con un destro all’angolino sulla destra del portiere. Sembra un’azione degna di essere cantata da De Gregori ne La Leva calcistica, e forse è l’inizio vero di tutto, del quale Antonio stesso, ormai ventiseienne, col suo strano accento da oriundo di più posti, da neofita di un italiano grammaticalmente corretto spesso preso in giro per il suo rozzo ma colorito eloquio, significativamente, spudoratamente com’è solito fare, dirà: “Se quel Bari-Inter non ci fosse stato sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di merda. Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare.”